Domani parto. La mia casa resta.

Domani parto. La mia casa resta.

Guardo fuori dalla finestra. Domani parto.

Mi assale la malinconia anche se so che starò via una settimana. Sono attaccata a queste mura che sanno tutto di me, che hanno sempre sentito ogni parola sussurrata, urlata, quotidianamente condivisa. Hanno assorbito atmosfere, incamerato sensazioni piacevoli e terremoti di dolori, annusato ogni sorta di odore dalla cucina o di profumo prima di un’uscita.

Cammino tra le camere e penso che devo lasciare le stanze in ordine prima della partenza. Guardo quelle mura che hanno sentito tutta la mia vita. È la mia casa che coincide con la mia storia, è dove sono cresciuta, dove ho coltivato i miei ricordi, i miei sogni, dove ho sorriso e pianto, dove ho giocato, studiato, mangiato, dormito, lavato, ascoltato. È l’incubatrice del tempo che è passato.

Brutta dall’esterno ma decorosa dentro. Mi ha accolto e protetto e, nonostante non la ami, le sono riconoscente per avere gelosamente custodito i miei umori, le mie facce mattutine, i miei libri e i miei affetti più veri.

Non credo tanto alla storia di chi sente di non avere radici e pensa che la sua casa sia ovunque si senta felice. La vedo più una scusa di chi non accetta la propria storia. Credo vi siano mura testimoni di cose terribili ma, che tu lo voglia o no, le tue radici restano li, non le puoi rimuovere, cancellare, fare finta che non siano esistite. Ti puoi illudere di farlo, ma loro restano come il dolore che ti hanno causato.

Credo di più a chi fa pace con la propria casa. A chi riconosce che non è andata come voleva ma lo accetta. A chi mette la parola fine alla rabbia per cercare di costruire una casa diversa. Credo a chi la sua casa se la porta dentro come uno scrigno di insegnamenti, più che come un macigno di rimpianti. Che poi, alla fine, il dolore insegna più della gioia solo se non ti convinci che il destino si è accanito con te, solo se credi che quella cosa è capitata a te per un perché, solo se la vuoi ritrovare, la gioia.

Domani parto e ho la valigia ancora da preparare. Tutto all’ultimo, come sempre.

Chissà se anche questa storia, del cercare di fare stare l’armadio dentro un trolley, fa parte del volermi sentire sicura e a casa per chissà quale evenienza. Con la scusa del “non si sa mai” che mi ronza in testa, continuo a ficcare dentro roba finché la cerniera stremata arriva a chiudersi solo per farmi un favore.

Penso alla casa in cui passerò da figlia a madre, alle valigie che farò quel giorno. A quando non sarà più la mia casa a proteggermi in un abbraccio ma io a spalancare le braccia, per mettere la mia casa in una nuova casa. Che se le cerniere non si chiuderanno toglierò della roba, perché tanto avrò tutto dentro.

Mi porterò il come mi sono sentita in tanti precisi istanti. La felicità, la paura, l’amore, il dolore, la sorpresa che ho provato in “quel momento lì” della mia vita. Perché è il come mi sono sentita che mi ha permesso di conoscermi, è la mia reazione agli eventi che mi ha distinta nel bene e nel male, è da li che sono partita per cercare di costruire la parte migliore di me. È da lì che sto ancora lavorando.

Domani parto. Da disordinata cronica, sento il dovere di lasciare almeno un po’ in ordine.

E non lo faccio per nessun motivo se non quello di ritrovare la mia casa da rivivere. So che nel giro di 5 minuti sarà esattamente come è ora ma, mi piace pensare che, al rientro, aprirò la porta e lei mi aspetterà nel suo vestito più bello. Perché, alla fine, è quello che speriamo tutti: che qualcuno ci apra la porta mostrandoci la sua parte migliore. Che se le radici restano, la possibilità di far germogliare bellezza è comune a tutti.

By | 2017-10-10T12:53:41+02:00 6 Ottobre 2017|Pensieri che sbordano|

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