Neuroni specchio: dal cervello al cuore

Neuroni specchio: dal cervello al cuore

Finisco un libricino di psicologia acquistato su Amazon. Mi succede di rito la stessa cosa. C’è “quella parte lì del libro” che continua a tornarmi per i giorni seguenti. A volte è un concetto che mi segue, altre volte una frasetta, in pochi casi una parola.

Il duetto di parole che mi sta alle calcagne, da una settimana, è “Neuroni specchio”.

I neuroni specchio sono una gran bella scoperta degli anni ’90. Un ricercatore di Parma nota che ci sono dei neuroni, collocati nelle aree motorie della nostra mente, che si accendono non solo quando noi compiamo un’azione ma anche quando osserviamo la stessa azione compiuta da un’altra persona. In altre parole, sia che io prenda un bicchiere per bere, sia che veda una persona afferrare un bicchiere, il neurone specchio si attiva. Ciò succede perché il neurone osserva un comportamento che conosce e che fa parte del suo bagaglio di esperienze.

Non è finita. La stessa cosa capita per le emozioni. Per esempio il disgusto. Quando annuso un odore sgradevole, come quello delle uova marce, si attivano determinate parti del cervello che intervengono negli stati emozionali. Se guardo una persona che ha la faccia disgustata, si attivano esattamente gli stessi neuroni, che mi fanno capire cosa sta provando quella persona.

Tutto ciò significa per forza qualcosa.

Innanzitutto vien da sé che, chi ci ha creato, Natura o Dio, lo abbia fatto con un certo criterio. Se a livello biologico ha creato un legame così intimo e profondo tra tutti gli esseri umani, evidentemente ci ha predisposti naturalmente per vivere insieme. Se possediamo un meccanismo per capire non solo le azioni del corpo, ma i movimenti dell’animo altrui, forse quell’Ente ci teneva pure un pochino, che costruissimo legami tesi alla reciproca comprensione.

Partendo da quest’idea, l’empatia, come capacità di entrare nei panni dell’altro e capire cosa sta provando è una nostra caratteristica biologica. Tutti la possediamo. E allora, perché la pratichiamo così poco?

Mi spiego meglio. L’unico campo in cui scendiamo (e neanche sempre) dentro le emozioni dell’altro è quello dei nostri affetti personali. Tua mamma, tuo fratello, tuo figlio, tuo marito chiamano e tu rispondi. Schiudi le orecchie, e se ti riesce il cuore, per sentire. Apri la mente, e se ti riesce le braccia, per sostenere.

E poi?

Poi vai a lavoro e ti arrabbi perché il tuo collega ha lo stipendio più alto ma non se lo merita, o lo prende uguale a te, ma tu produci di più.

Vai a fare la spesa e c’è il ragazzo nero che ti chiede un euro e tu pensi “Siamo invasi dagli stranieri!”, “Dovresti andare a lavorare!”, “Staresti bene morto!” a seconda di quanto odio provi.

Accendi la tv e ti appare la faccia di Papa Francesco. Dice frasi che condivideresti se a dirle non fosse lui. Non sopporti il prete del tuo paese, figuriamoci il Papa.

Apri Facebook e affondi per un bel quarto d’ora in “stati” di persone reali che per te resteranno sempre virtuali.

E alla fine di ogni giornata la tua empatia rimane sepolta e te ne freghi delle tua predisposizione biologica. Cos’è? Neanche più te la ricordi!

Sei lanciato nel mondo e sei un’altra persona. Cosa c’è di diverso?

C’è che a casa mente e cuore sono connessi per la maggior parte del tempo. Qualcuno ha bisogno di te? Nella tua mente si attivano i neuroni specchio che chiamano subito all’appello il cuore, con una connessione a filo diretto. È questa la cosa che cambia: l’intelligenza del cuore che si muove.

È un’intelligenza che ti permette di vedere il colore di un’emozione, che ti aiuta a delineare strade di guarigione o percorsi di gioia, che imperterrita provvede a spingerti oltre i tuoi limiti mentali. I risultati sono sempre visibili, a volte a breve, a volte a lungo termine.

Quando usciamo di casa, nel mondo, la connessione mente e cuore viene attivata di rado. I nostri neuroni specchio si accendono, ma vengono puntualmente vestiti e imbacuccati a dovere. Li copriamo per bene: a uno la maglia del giudizio popolare, all’altro il cappotto del pensiero politico, a uno il cappello della religione, all’altro il pregiudizio del colore della pelle. E alla fine succede che i segnali che emettono, non solo non arrivano al cuore, ma sono contraffatti da qualcosa che è altro da noi.

Noi non capiamo più le emozioni dell’altro perchè non lo vediamo l’altro. E indossiamo idee per una vita a costo di marcire, ma di non cambiare. E ci circondiamo di convinzioni invece che di persone.

Ecco volevo dirvi (e dirmi) che si può anche tentare di essere diversi. Che la connessione mente-cuore si può ristabilire. Che a volte è faticoso ritrovarla, ma è sempre vantaggioso. Che questa cosa dell’empatia e del sentire l’emozione dell’altro come fosse la nostra, non è una menata.

Quando vivi l’emozione dell’altro come fosse la tua avviene un contagio.

Se sei contagiato dal dolore, dalla rabbia, dalla tristezza, lasciati attraversare, non annegarci dentro: presenta delle vie di guarigione. Se sei tu a provare dolore, rabbia, tristezza, non portare a fondo l’altro: resta in ascolto e lasciati ispirare.

Fa in modo di non rimanere ancorato a nessuna emozione che non sia positiva. E quando riconosci un’emozione positiva in te o negli altri crea un’epidemia o lasciati contagiare. Ammalati di gioia, di stupore, di euforia, di curiosità. Infila la presa nel cuore perchè quello che hai davanti sei sempre tu: un uomo.

By | 2017-10-21T17:25:31+02:00 21 Ottobre 2017|Pensieri che sbordano|

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